Dal palazzo Sacrati il gemito della contessina Nelda
  Posted on Tue 30 Nov 1999 by Anonimi (1310 reads)
Dal palazzo Sacrati il gemito della contessina Nelda

Corso Ercole I d’Este, la più bella delle strade che il duca ” lanciava ad incontrar le Muse pellegrine arrivanti “ e che Piovene definì «forse la più bella strada d'Italia» è troppo celebre e ricca di fascino perché il sottoscritto tenti e malamente di sintetizzare i motivi di suggestione che suscita in chiunque si è trovato e si trovi a percorrerla.
Ma la storia che riguarda l’antica via dei Piopponi e che ho letto in un volumetto stampato oltre un secolo fa, è troppo strana per lasciarla cadere nel dimenticatoio. Purtroppo le fonti cui attinse l'autore, un certo Gaetano Panazza sono completamente sconosciute o, meglio, si riducono al racconto di un «vecchio canuto e dall'anni curvo che da trent'anni infallantemente ogni mattina per quella via passava».
La storia «coinvolge» il famosissimo palazzo Sacrati, posto nello stupendo quadrivio e «armonicamente opposto — come dice il Chiappini — al Palazzo dei Diamanti». Più o meno tutti sappiamo che il Palazzo, dotato di un portale talmente bello e prezioso da ritenersi «fatto ad accorre sol poeti e duchesse», venne fabbricato nel '500 dal medico ducale Francesco Castelli e passò successivamente in proprietà ai Giraldi, ai Marchesi Sacrati, ai Conti Prosperi e, infine, una quarantina di anni .fa, allo Stato Italiano.
Lascio, necessariamente, ogni responsabilità del racconto al Panazza che raccolse nella sua operetta tre brevi brani dedicati a Ferrara. Perchè tanta prudenza da parte del sottoscritto?
Perché la storia riguarda nientemeno che un fatto di sangue che sarebbe avvenuto in un'epoca in cui si sa chi era il proprietario del palazzo!
Dunque, passiamo ai fatti... I1 Panazza si soffermò, un certo giorno, ad ammirare il portale di Palazzo Sacrati e scorrendo con l'occhio la facciata, trovò che tra il davanzale e la cornice marmorea sottostante alla seconda finestra (a sinistra di chi guarda) il muro era spruzzato di sangue. Fermò, allora, un passante e cioè il vecchio di cui sopra, lo interrogò e si sentì rispondere: « Quello è mistero; ma da questo palazzo, or sono molti anni, si udì un gemito di dolore, io ve lo narrerò ».
Ma facciamo il cosidetto « passo indietro » (un poco di suspense, no?).
Chi era questo Panazza? Le poche notizie su costui le possiamo ricavare dalle pagine del suo libro. Nacque e crebbe in Novara, cristianamente educato. Era giovinetto quando nei pressi di quella città l'esercito sardo-piemontese subì la dura sconfitta che decise le sorti della prima guerra per l'indipendenza. (Quindi, il Nostro può essere nato attorno al 1835), Nel febbraio del 1859 si trova a Torino tra i coscritti che “ corrono all’esempio dei padri loro a nuova Pontida .Quattro mesi dopo, ad avvenuta conquista di Milano, è sotto le mura di Peschiera.
Caporale di fanteria,avrà il battesimo del fuoco nelle battaglie di Solferino e San Martino.
Nel settembre dell’anno dopo partecipa alla conquista delle Marche, ufficiale del 15° reggimento di fanteria. Nel 1864 è, col suo “fido polettone” sulle aride murgie di Gravina di Puglia “povero soldato che tra gli Appennini nel fondo d’Italia combatte in una guerra ingloriosa contro l’orde dei briganti”. Infine, nel 1866, dopo essere passato per Napoli si trova a Brindisi. E qui scrive l’ultimo capitoletto (quello sulla storia della macchia di sangue) nelle “ore d'ozio” e cioè del libro che nello stesso anno pubblicherà in Siena, qualificandosi in copertina “luogotenente nel 56° reggimento di fanteria” e destinando il prodotto del libro a beneficio degli infelici che rimarranno feriti nella guerra dell ‘indipendenza”.
Quali legami avrà mai avuto il Panazza con Ferrara dove , nel 1863, scrisse alcune paginette dedicate a tale Gigia Bozzoli? Una copia del suo libretto è conservata nella nostra Biblioteca, forse donata dall'autore ( “…e ripensando ai bei giorni passati come tenero amante alla bella sua io ti mando un saluto o Ferrara. Addio... addio…”)
“Ma poiché null'altro sappiamo sul Panazza proseguiamo finalmente nel racconto.
Alla fine del '77 il Conte X... rimasto vedovo, viveva nel palazzo con la figliola Nelda, leggiadra e più bella di un fiore”, gentile e caritatevole. In un pomeriggio di ottobre (siamo nel 1796) il Conte appoggiato al balcone, “stava ad ascoltare - siccome fragore di mar lontano — l'eco spirante della popolare esultanza per la proclamazione in Ferrara della Cispadana repubblica. Preso dall'entusiasmo, esclama”. Vieni, mia Nelda, a partecipare la gioia che m'inebria e giurami, o figlia, che eterno vivrà nel cuore l'odio per i nemici della patria tua...”. E Nelda (l'incauta) giurò. Due anni e mezzo dopo gli austriaci tornarono a Ferrara e Nelda , purtroppo, s’innamorò di un ufficiale alemanno che aveva incontrato nella chiesa di Sant’Orsola. Convegni brevi e furtivi cominciarono a succedersi in “una cappella ove più smorta la luce penetrava” ; tutto andò bene sino a che un tale non spifferò tutto al Conte. Sicchè il padre si accinse a punire la figlia spergiura e nel modo più orrendo”. Finiva il secolo e quell’ultima notte era nera nera come il peccato e tutte le stelle erano fuggite…alla torre di Ferrara suonava la mezzanotte e, nei dintorni “squarciandosi la gola per tre volte il canto del gallo echeggiò nel silenzio... ". L'innamorato giunse nel buio e sommesso dalla strada chiama la contessina. Costei si affaccia trepidante ma, intanto…” armato di larga lama a guisa di tagliente scure, con occhio bieco sopra il terrazzo li guata il padre che nel cor ha giurato, finché serva la patria dal prepotente alemanno niuna mano germanica accarezzare verrà la fronte ognor casta dell’Italia vergine”.
Il patriottico ma truculento Conte dall’alto getta la spada che “piombando ritta sulla bruna testa di Nelda repente l’uccise della misera fanciulla la cervice col sangue sulla fronte del cavaliere spruzzaron... compreso d’orrore il tedesco fuggì”.

Così si concluse il racconto del vecchio passante… “in quel tempo, lo ricordano i vecchi, alcuni pescatori sulle acque del Po videro un cadavere che galleggiava presso l'isola d'Ariano. Nulla si sapeva di lui fuorché nel tumulario vi trovarono sul petto una croce (qui il narratore non è molto chiaro…il cadavere era di Nelda o dell’amante?) né di quella macchia altra ragione si conosce, ma da quel giorno sempre gemebonda sovr’il palazzo la rondinella passò”. Invenzione o fantasia? Vogliamo sperarlo . I1 lettore incuriosito tenti di individuare la finestra di Nelda o di ricostruire la traiettoria della scure, o magari, attenda il passaggio della rondinella. Comunque, per la regale_strada dei Piopponi certo non stona una leggenda in più.

Giorgio Franceschini
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