I Todeschi: un santo e un buongustaio
  Posted on Tue 30 Nov 1999 by Anonimi (1437 reads)
Un Uomo di lettere potrà spiegarci come tra lo scrittore ed i personaggi dei suoi romanzi, piano piano si instauri un intenso legame di simpatia, più forte dei vincoli di parentela o dei sentimenti di paternità e figliolanza, sicché il personaggio pensa, parla e agisce in simiglianza dell'autore e quest'ultimo si suggestiona a fare altrettanto, mettendosi nei panni delle sue creature.

Il piacere della fantasia

Un modesto uomo di legge, come il sottoscritto, si accontenterà, invece, di dire che pare si maturi — via vìa in queste circostanze — quasi un rapporto di debito e credito, sicché il narratore attende dai personaggi, veri o inventati, sempre nuovi contributi di ispirazioni o di notizie, mentre gli interpreti delle storie o dei racconti chiedono il corrispettivo del commento e della divulgazione...
Così, mi pare, capita a me per i due Claudio Todeschi — di cui mi occupai altre volte con varie annotazioni biografiche, pubblicate qualche anno fa sulla “Voce “.
Due figure seducenti, il Todeschi n. 1 ( poeta arcadico, studioso di problemi economici, ambasciatore ferrarese presso la Santa Sede) e il Todeschi n. 2 ( Parroco di Fossalta, asceta solitario, confortatore dei moribondi, spirato in concetto di santità).
E l'associarli nel ricordo non è cosa senza senso perché anzitutto si chiamavano nello stesso modo ed erano entrambi ferraresi e contemporanei, poi perchè il contrasto dei temperamenti e degli impegni assunti davanti a Dio e al prossimo li avvicina più che allontanarli, quasi prestandosi ad integrarsi vicendevolmente per creare una forse impossibile unica persona capace di nutrire le più disparate e nobili aspirazioni. Dal mio canto, vorrei far qualcosa d'altro per essi.
Su Don Todeschi, ha già scritto il Baruffaldi due secoli fa; sull'altro Todeschi la bibliografia comincia ad essere rilevante.
Ho proposto, invero, al Sindaco di Ferrara di intitolare una via all'economista Claudio Todeschi; ma, certo, non posso — neppur timidamente — avanzare una proposta di beatificazione dell' altro, anche perché mi parrebbe di strafare...
La partita di dare e avere resta, peraltro, aperta. Basti pensare che nel nostro
. Archivio di Stato si consèrva tutto il carteggio del Todeschi, relativo alle sue Ambascerie e diverse robuste polverose cartelle attendono di venir spolverate e consultate...
E, davvero, questo concittadino se lo meriterebbe un elogio scritto, a compensare la celebrazione fatta — per l'altro —dal Baruffaldi. Basti pensare alle delusioni che provò durante il suo lungo soggiorno presso la Corte romana! Giunse ad essere il più anziano dei «ponenti » della Congregazione del Buon Governo, ma non riuscì ad andare oltre. Sicché, stanco di non vedersi stimato come letterato, né promosso come Prelato, prese il partito di abbandonare Roma, poco prima della
invasione francese, e di ritirarsi a Ferrara dove — finalmente — morì alla fine dell' 800. «Fa che il pianto non sia etemo — del Decan del Buon Governo» diceva una canzonetta dedicata alla venerata memoria di Pio VII ed i versi alludevano proprio al Nostro!...Cerchiamo, quindi, o ferraresi, di consolare — seppur tardivamente — questo pianto, senza confondere questo tipo di lacrime con quello di purissima mistica origine dell'omonimo Sacerdote in cura d'anime.
Detto tutto questo, mi consentano i lettori di abbandonarmi ai piaceri della fantasia, e di raccontar loro una storia, onestamente, però, citando il Baruffaldi che ha «dovuto faticar moltissimo in raccogliere sì poco. Ma il poco sarà sincero e credibile ».
* * *
Mons. Claudio Todeschi (in Arcadia: Rosmiro Celenio) posò l'ultima cartellina sulla pila delle pratiche già evase e si trattenne a guardarla mestamente ancora un poco, indugiando nei ricordi. Era l'ultimo atto di una penosa vicenda trascinatasi per lungo tempo avanti la Sacra Rota e per la quale il suo interessamento era stato cospicuo, al fine di corrispondere ai solleciti pervenutigli da Ferrara. Scostò alcune minute, già pronte per il diligente scrivano, rimosse la pila dei volumi che teneva assai vicino e l'assestò amorosamente: erano freschi di inchiostro, essendo giunti da Firenze qualche giorno prima: vi si potevano ritrovare i suoi saggi più importanti, tutti raccolti sotto l'unico titolo « Opere filosofiche, morali ed economiche »

Meditazione e appetito

Fatto spazio, trasse da destra un altro volumetto e l'aprì. Era la “Vita del servo di Dio, Don Claudio Todeschi, Sacerdote ferrarese, scritta dal Signor Abate don Girolamo Baruffaldi secondo” , appena stampata in Ferrara dagli eredi Rinaldi — in quel corrente anno di grazia 1784.
Si soffermò un momento ad osservare l'effigie del Buon Servo di Dio, morto due anni addietro, proprio il I° di gennaio e considerò che il suo omonimo era assai brutto e che non era detto che tutta la colpa di ciò spettasse alle acerbe penitenze cui il proprietario di quel viso si era sottoposto.
Non mancava molto tempo al mezzodì e qualche minuto di lettura poteva concederselo, seppure sfogliando il libro a caso, per riservarsi una più attenta lettura dopo l'imbrunire — nelle ore dedicate non più agli affari della Congregazione e ai rapporti epistolari con la città estense, ma alla meditazione e alla preghiera. D'altra parte, stava accorgendosi di maturare un discreto appetito il che — alle soglie della vecchiaia — non doveva venir considerato un brutto segno. Era, infine, una stupenda giornata di marzo e l'idea di far quattro passi tranquilli, cogliendo tutto il sole dei vicoli che lo separavano dalla abituale trattoria, tendeva a distrarlo eccessivamente.

Strane penitenze a mezzogiorno

Posò una mano su di una pagina e sostò nello sfogliare, ricordandosi di avere cercato, anni addietro, di conoscere Don Todeschi. Il pio prete, ridotta a termine la fabbrica della Chiesa parrocchiale di Fossalta, aveva ritenuto fosse giunto il momento di liberarsi di ogni cura terrena e si era ritirato ad abitare, in tutta solitudine, in una casetta posta nei pressi dei Padri del ben morire, detti della Madonnina.
Era andato a cercarlo colà, ma Don Todeschi non c'era. Probabilmente si era incamminato, come di consueto, verso S. Giorgio o San Girolamo per ascoltarvi qualche predica. Dovendo ripartire per Roma, aveva rinunciato ad incontrarlo, perdendo ,così, l'ultima buona occasione di fare conoscenza con quell'asceta, in quanto dopo poco Don Todeschi morì.
Mons. Claudio riprese a leggiucchiare in qua e in là:

«... La bevanda dell'acqua sola non era alla sua mortificazione insipida abbastanza, e però faceva in essa bollire erbe amare e disgustose. Per i lunghi digiuni giungeva talvolta la sua fame all'eccesso ed egli, per non darla vinta alla gola, arrivò a mangiare semola impastata nell'acqua e, altra volta, a trangugiare così crudo un boccone di grasso porcino, tanto da acquietare, per poco, il rabbioso appetito... ».

Tale feroce penitenza aveva dell'incredibile. Mons. Todeschi si alzò e si accostò alla finestra con il libro in mano, quasi per uscire dalla penombra della stanza e delle altrui penitenze.
Un sole stupendo intiepidiva tutta Roma e le nebbie padane erano tanto lontane. Cominciarono i rintocchi di mezzogiorno. In piedi, riprese la lettura ...

“ Altra volta usò un ripiego di verso. Sentendosi voglia grandissima di mangiare del riso, pensò di apparecchiarsene una minestra e, fatto bollire dell’ assenzio, questo fu il brodo, in cui lo pose a cuocere. Così imbandita la vivanda, disse al suo
corpo: mangia, mangia; ne gustò una e due volte, ma sentendo che gli moveva nausea,lo lasciò e quindi, come egli attestò, non gli venne mai più voglia di riso….”.

Monsignore comincio a sentirsi inquieto: simili penitenze erano stupefacenti ed erano in grave contrasto con il suo desiderio di andare a desinare. Ma il Baruffaldi continuava a narrare:

«... Racconta un altro di aver udito da Don Claudio stesso che, essendosi egli apparecchiata una zuppa col solito brodo d'acqua,, trovò nel versarla uno schifoso insetto che nell'acqua stessa aveva bollito; anche questa egli si bevette, vincendo ogni ripugnanza e nausea dell'appetito ».

La decisione fu subitanea: chiuse il libro e rimandò la lettura all'ora della meditazione. Ma il turbamento lo accompagnò lungo le scale del palazzo e per le rumorose stradicciole piene di luce. Sostò un istante davanti alla trattoria, dove ormai era di casa. Distratto si fermò a leggere l'insegna, quasi non l'avesse mai vista. Ma, evidentemente, pensava ad altro. Poi entrò e gli si fece incontro Romoletto. « Monsignore, buon giorno ! Siamo qui per servirla. Oggi abbiamo degli spaghetti all’amatriciana da far risuscitare i morti! ... ».
«Santo Cielo che modo di esprimersi!» rispose, quasi allarmato Mons. Claudio,
tutt'altro che rasserenato e si sedette a tavola.
« Non c'è un poco di brodo, invece? »
« Niente brodo, Monsignore ... è contro le buone regole ...; e poi c'è un Frascati arrivato stamattina di buon’ora che è un portento »... ribattè Romoletto.

Il concetto di anima o corpo

Mons. Claudio fece tardare un momento la risposta. Pensò rapidamente a tante cose: fermò la sua mente sul concetto che Nostra Signora ci ha fatto di anima e di corpo e che anche il corpo a qualcosa pure serve; che per mantenere il corpo ben disponibile agli ordini di Dio e della Chiesa occorrono anche buone digestioni; che un dito di vino, infine, rasserena senza nuocere, contribuendo, anzi, a servire il Signore in letizia. Pensò, ancora, che una biografia così ben scritta avrebbe facilitato l'elevazione del suo omonimo alla gloria dell'altare e promise di pregare per tale intenzione. Fece — quindi — un cenno impercettibile con l’indice a Romoletto in attesa e mormorò :
« beh ... fa un po' tu ... ».
Poi, rigirando la forchetta tra gli spaghetti, borbottò:
« Ma che Sant' Uomo! ... ».

Giorgio Franceschini
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