I “promessi” di via Vegri
  Posted on Tue 30 Nov 1999 by Anonimi (1291 reads)
“Il fascino delle trascorse età” (che leggenda e storia insieme tramanderanno ai posteri, secondo la bella lapide dettata dall'Agnelli per la Palazzina di Marfìsa) l'ho assaporato — questa volta — in una curiosa storia ferrarese dell'epoca in cui emetteva i primi vagiti la Repubblica Cispadana.
I fatti che narrerò e che si svolsero nella nostra città mentre correva l'anno di grazia 1798, sono così singolari e — d'altro canto — del tutto inediti, che val proprio la pena di raccontarli per filo o per segno; sono certo, senza essere presuntuoso, che una certa curiosità potrà destare anche tra coloro che non sono adusi a gustare vecchie cronache della nostra Ferrara .
Ed ecco, per venire al sodo, cosa mi capitò, qualche tempo fa, proprio mentre stavo scorrendo l'ennesimo “liber mortuorum”, nell'intento di scoprir finalmente la data di morte di un Prelato del Settecento, spentosi alla fine del secolo a Ferrara,
dove aveva deciso di ritirarsi per dimenticare le amarezze patite presso la Curia Romana, in attesa di una promozione che non arrivava mai.
Si trattava, quella volta di un «Liber mortuorum» che , per una serie di circostanze che non sto a raccontare, era andato a finire nell'archivio di San Benedetto, mentre apparteneva alla Parrocchia di San Biagio e Santa Maria Nuova.
Là era rimasto sino a che gli altri registri non... avevano provocato l'allontanamento dell’ intruso dagli armadi parrocchiali, riuscendo ad attirare l'attenzione del Parroco, che si era affrettato a restituirlo al suo Collega di Santa Maria Nuova, con la segnalazione che i1 libro conteneva annotazioni di un certo interesse storico: infatti vi erano stati registrati gli atti di morte di parecchi briganti o insorgenti, fucilati dai francesi alla Fortezza, appunto in quegli anni in cui la parola «libertà» nutriva ancor poco ma già ubriacava assai.
Dopo aver commiserato anch'io la sorte dei malcapitati insorgenti (in gran parte provenienti dalla Transpadana) tirai avanti e venni così ad imbattermi in una annotazione che mi piace riportare solo alla fine di questo racconto.
Da quel momento, però, non ebbi più pace e fu tale il desiderio di conoscere sino in fondo tutta la vicenda che certamente aveva preceduto la registrazione del decesso del mio personaggio che, mettendo a soqquadro il già compromesso ordine del mio abituale lavoro, in capo a diverse settimane, riuscii a ricostruire una vicenda suggestiva e strana utilizzando le più disparate fonti, la cui menzione risparmio ai lettori, affinché gustino la storia di per sé ,senza partecipare ai piaceri e alle stanchezze della mia laboriosa e accanita ricerca.
“L’or autour de tes bras n’a point serré de noeuds/ les doux parfums n’ont point colé sur tes cheveux... » eppure è così attraente e graziosa, soggiungeva Pierre Furlani, ripetendo a se stesso le ragioni della sua rapida innamoratura per Adelina Fabbri, amabile ragazza di via dei Vegri , che, dopo aver fatto incitrullire parecchi garzoni del quartiere con atti di seduzione che non andavano più in là di una garbata risatella accompagnata da dolcissimi rifiuti, si era lasciata strappare una promessa di fidanzamento, appunto da lui, Pierre, o meglio Pietro Furlani, dopo mesi di assillante corteggiamento.
- “Ho guadagnato i galloni di sergente all’assedio di Mantova e vuoi che non riesca a far crollare una cittadella imprendibile come te?”
- “Ma tu sei franzese e non di queste parti….”
- “Lo sai bene che non sono franzese e che son nato sul Po, come te…”
- “Ma non sei nato a Parigi?...”
- “Nei tuoi sogni…Ma Casalmaggiore non è poi tanto più piccola di Parigi…se mi sposi, vedrai che bei palazzi ci sono…”
- “Hai un palazzo tutto tuo?”
- “Oui, ma jeune tarentine.E quando ti ci porterò, reciterò ai tuoi piedi tutte le poesie che ho imparato a memoria, comprese quelle del povero Chenier…”
Non era, però, una cosa assi semplice il poter dar corpo a tutte queste fantasie.
Pierre, di Casalmagglore davvero, era riuscito ad arruolarsi a venti anni, appena i francesi erano calati dalle sue parti, un poco per desiderio di gloria, ma soprattutto per la smania di lasciar le rive del Po e mettersi a girare i1 mondo. Aveva accettato una ferma di cinque anni ed era arrivato appena ad un terzo dell'impegno. Sarebbe arrivato sino alla fine e forse oltre, se l'incontro con Adelina non gli avesse messo addosso la voglia di accasarsi e di piantarla con i francesi che, oltretutto, gli erano divenuti insopportabili.
Ma farsi mettere in fortezza o addirittura fucilare per diserzione non era cosa da pensarci. E i progetti più strani si accavallavano nel suo cervello, senza giungere mai ad una soluzione di genio che gli dava la certezza di farla franca.
Pierre se ne tornò, cosi, dopo aver dato la buonanotte all’ innamorata, all'osteria dei “Due Mori”, all'angolo di via Volte con Centoversuri. Mancava ancora una mezz'ora allo scadere del permesso e sperava di incontrare i1 Camattari, cugino dell'Adelina, con il quale aveva incominciato un certo discorso, parecchio pericoloso, ma da portarsi assolutamente a termine al più presto.
Il Camattari stava ad attenderlo davanti all’ingresso dell’osteria e si offrì di accompagnarlo sino alla Fortezza.
Così, discutendo sommessamente, si incamminarono per via Volte e, prima di giungere ai prati della Fortezza, il progetto era abbastanza preciso nei suoi particolari e giudicato degno di essere messo in attuazione.
Era un piano davvero fuori del comune, grottesco, anzi macabro, ma seducente. In via delle Volte, proprio prima del cosiddetto “Serraglio dei Turchi” abitava un tal Zigoli, detto Ciloga, che se ne stava morendo di tisi. Si trattava di un giovane, della stessa età del Furlani, con il cervello non del tutto a posto, che riceveva da vivere raccattando e vendendo ferro vecchio e non aveva parenti né vicini, né lontani; orfano, anzi esposto e, come tale, affidato dalla nascita alla pazienza del prossimo e alla bontà della Divina Provvidenza.
- “E’ questione di un po’ di giorni e poi tira le cuoia”- assicurava il Camattari.
- “Ma cosa diranno i vicini quando non lo vedranno più?” ribatteva Pierre, per fugare gli ultimi dubbi.
- “Ogni tanto quel balordo se ne andava a trovare dei conoscenti oltre Po e se ne stava via per dei mesi interi. Penseranno che si sia sistemato là e che abbia trovato da campar meglio. Ma, piuttosto quando parte il tuo battaglione per Bologna?”-
- “Tra cinque giorni. Almeno pare”.
- “Allora, la sera prima di partire, vieni a casa mia, in San Luca, e ti chiudi in casa per bene. E lascia che ti cerchino: non ti troveranno mai…e quando lui se ne va-poveretto-in un’ora facciamo tutto”.
Nei giorni seguenti il piano venne perfezionato nei minimi dettagli e non sto a raccontarvi i timori e gli scrupoli del nostro sergente e i palpiti ansiosi dell’Adelina che era al corrente di tutto e sperava ardentemente nella buona riuscita di questa fantasiosa diserzione, per fuggire, insieme alla vecchia zia con la quale abitava in via dei Vegri, e andarsi a sposare a Casalmaggiore.
I cinque giorni passarono e il Furlani che se ne stava ben nascosto a San Luca, attendeva la notizia della morte di Riloga.
Quest’ultimo, assistito dal Camattari, pietoso quanto interessato, se ne andò nel
mondo dei più due giorni dopo la partenza del battaglione di Pierre da Ferrara. Il povero Ciloga, ancor caldo, fu vestito dei panni militari del Furlani.
Nelle tasche della giubba militare vennero infilati i documenti di quest'ultimo; Poi, nel pieno della notte, il Camattari andò a chiamare un ufficiale francese alla Fortezza e lo trascinò di fronte al cadavere del Ciloga, così scandalosamente arruolato nell'esercito di Francia. ,
L'ufficiale francese stava per partire, pure lui, alla volta di Verona, al seguito di un altro Reparto. Si cacciò in tasca i documenti trovati in tasca al morto e diede ordine al Camattari di andare a chiamare Don Finottì, parroco di San Biagio e quasi cappellano della Fortezza, affinchè provvedesse al seppellimento e, se proprio era necessario, anche alle esequie. D’aItra parte, la cosa non gli importava nè punto né poco, perché si trattava di un italiano, aggregato al glorioso esercito francese, per bontà di quest'ultimo. Nessuno si accorse in Via Volte di tutto questo tramestio. Il Camattari caricò il morto su di un carretto e, certo di non incontrare anima viva,
cosi nel pieno della notte, si avviò verso San Biagio. Vicino alla Chiesa c'era un androne e lì fermò i1 carretto, poi andò a svegliare il povero don Finottì, gridandogli sotto la finestra che un soldato francese era morto, lì da quelle parti, dopo una gran baldoria.
Don Finotti, lamentandosi per l’ora e per simili fattacci, convenne con il Camattari che il ministerio sacerdotale non poteva conoscere orari e che, d'altra parte, il canto del gallo era assai vicino.
Un grattacapo serio era però quello della registrazione agli atti parrocchiali, delle generalità del morto. Ma ormai l'ufficiale francese si era portato via i documenti e il Camattari affermava di non ricordarsi il nome del sergente. Non c'era altro da fare che scavar la fossa nel sagrato e lì seppellire la vittima di così insani e mortali bagordi.
Finito tutto, don Fìnotti tirò fuori sospirando il «Liber mortuorum» e provvide diligentemente ad annotare così: «2 febbraio 1798. In questo giorno fu sepolto nel Sagrato della Chiesa un sergente francese il cui nome e cognome non si potè avere ad onta delle ricerche fatte, essendo partito il battaglione con gli amici del defunto. Firmato: Don Luca Finotti, Th. Doctor Rector ».
Intanto, è facile arguirlo, usciva dal suo nascondiglio di San Luca, il Furlani la sera
successiva, con i documenti dello Zogoli in tasca, se ne usciva da Ferrara con l'Adelina, la zia ed un carro di masserizie, alla volta di Carpi e poi di Casalmaggiore.
E qui terminò la mia fatica che, indubbiamente, non fu di poco conto. Ho aggiunto qualcosa di mio a tutta questa storia? Oh! Solo pochi particolari, indispensabili — come suol dirsi — per «creare l'ambiente». Ma se il lettore vuol proprio accertare la veridicità di questo racconto, vada alla Parrocchia di Santa Maria Nuova e, dando la colpa a me e facendo appello alla pazienza dell'attuale successore di Don Finotti, chieda di prender visione per un attimo di quel «Liber mortuorum». Troverà l'annotazione che ho ricopiato io e anche la tremula firma del Rettore che onestamente la sigillò. Poi, tornandosene verso il centro, passando per via Volte, dia un’occhiata all'infilata di via Vegri. Proprio all'inizio della strada, due case dirimpettaie sono collegate da una specie di ponte dei sospiri. E una cameretta, appesa nel vuoto, come si usava costruire in quel quartiere, che ha, ancora oggi, una bella finestrella.
Se proprio lo volete sapere, da quella finestrella l'Adelina Fabbri mandava baci al suo sergente e lo congedava augurandogli una buona notte piena di dolci sogni e priva di rimorsi per la sorte di Ciloga, in suffragio del quale — a Casalmaggiore — una Messa annuale si sarebbe sempre fatta ben dire.

Giorgio Franceschini
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