Mi ritrovai per una selva oscura
  Posted on Tue 30 Nov 1999 by Anonimi (1878 reads)
“M i ritrovai per una selva oscura”


Uscimmo da Gubbio per Porta Metauro accingendoci a risalire verso il Passo della Scheggia. Le poche ore passate nella cittadina umbra erano state deliziose: dapprima un girovagare in auto per piazze e stradicciole, per meglio prendere ideale possesso della città, poi la ricerca di un ristorante non troppo tipico e perciò a buon prezzo; infine la visita a San Francesco e al Palazzo dei Consoli.
Era una giornata di luglio, tutt'altro che fastidiosa per troppa calura. Anzi, frequenti piogge nei giorni precedenti avevano rinfrescato l'aria e tutto era terso e limpido. Si salì così verso il Passo e se ne ridiscese senza sbuffare dentro l'auto, un poco affollata (due madri, una zia, un padre — l’altro sudava in città — e tre figli). Nell'andata avevamo attraversato Cagli, anzi vi avevamo sostato per dare un'occhiata allo splendido Palazzo Comunale e ad una chiesa non molto distante; nel pomeriggio, invece, passammo per Cantiano, evitammo Cagli, diretti verso Chiaserna. La meta era la vetta del Monte Catria, raggiungibile, secondo una informazione letta chissà dove e confermata a volo dai locali con una comoda strada nuova.
Dai cinquecento metri scarsì di Chiaserna avremmo puntato verso i millesettecento,
tentando di recitare esattamente, sia per allenamento mnemonico che per ringagliardire guidatore e passeggeri, i versi del Paradiso dantesco, riletti di recente per opportuna preparazione spirituale:
« tra duo liti d'Italia surgon sassi
e non molto distanti alla tua patria
tanto che i tuoni suonan più bassi
e fanno un gibbo che si chiama Catria
di sotto al quale è consacrato un ermo... »

D'altra parte, durante tutto il periodo della villeggiatura marina, non lontani da Cattolica, a pochi chilometri da Gradara e da Fiorenzuola di Focara, II Sommo Poeta – da guide turistlche, da lapidi e da cippi — ci aveva inviato messaggi e notizie preziose, eccezione fatta per i versi dell’Inferno che, in occasione di passeggiate in moscone ci esortavano ai debiti scongiuri:

“gittati saran fuor di lor vascello
e mazzerati presso alla Cattolica…
…poi farà sì che al vento di Focaia
non farà lor mestier,voto né preco…”

Così a Gubbio non ci eravamo dimenticati delle miniature:

“…o, dissi lui, non se’ tu Oderisi
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
che alluminare è chiamata in Parisi…”

e, a Gradara, chi poteva obliare Dante, con tutte quelle cataste di bocchette e di portacenere con le sembianze di Paolo e Francesca?
Cominciammo, così, a salire lungo le pendici del famoso gibbo e la strada, non asfaltata, aveva pendenze sopportabili e si snodava con un certo garbo, ora tra macchie di pini, ora tra pendii erbosi. Non era, però, strada per chi temesse le vertigini, perché essa addentava i fianchi del gibbo senza mai distogliere il viaggiatore dalla costante vista del precipizio. Inoltre, se da una parte un sole splendente illuminava tutte le pendici del massiccio oltre che il fondo lontanissimo della vallata, dall’altra si prospettava una serie di tornanti in direzione di grosse e nere nuvole. Cammin facendo, il cielo si oscurò e ci accorgemmo che i misteri delle sommità del Catria erano ben difesi da nuvole e da nebbia. La strada continuava ad arrampicarsi e non c’era il conforto, non dico di un’osteria, ma nemmeno di una piazzola su cui sostare; e nessun essere vivente ci compariva davanti: né una guardia forestale, né un pastorello e nemmeno (ci saremmo accontentati di poco) una qualche mucca vagante.
Le pendici erano gigantesche e lo spettacolo diveniva sempre più superbo e avvincente. Ormai ci si era addentrati nell’interno del massiccio e, se il precipizio era meno angosciante, la luce diventava sempre più scarsa; infine cominciò il bosco e la nebbia divenne più intensa , sicchè bisognò accendere i fari. Né mi confortava l’opuscolo di tale prof. Tarducci che descrisse quelle contrade una cinquantina d’anni prima; anzi, il difetto d’aggiornamento aggravava sempre di più la situazione: “….qualunque prendiate di queste strade è assolutamente necessario assicurarsi preventivamente i mezzi di trasporto, chi non voglia andare incontro a dolorose sorprese…Nel silenzio profondo di quelle gole non vedi che una striscia di cielo, non odi che il rumore del torrente che scende a raccogliere i ruscelli delle due sponde….”.
Poi, nel bosco nebbioso, cominciarono ad apparire dei misteriosi bivi, sprovvisti di opportuna segnaletica….Ahimè! Questa volta il divino poema lo si ricominciava a gustare dall’inizio:

…” Mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita….”

E non si sapeva se ammirare un imprevisto ambiente dantesco o se dare dello iettatore al Sommo Poeta.
A questo punto, e cioè quando bisognava decidersi a fermarsi e a mandare avanti perlustratori muniti di coraggio e, magari, di lanterne (già, ma chi le aveva?) comparve non una lonza leggera ma una coppia di cagnacci bianchi con il seguito di qualche gallina. Altro che respiro di sollievo! Fu un urlo di gioia ben più festevole e fiducioso del “miserere di me” di Dante davanti all’ombra di Virgilio. Si profilò, quindi, nella nebbia la sagoma di una capanna sulla cui soglia apparvero due pastori. Si smontò per prender fiato, per scambiare quattro chiacchiere e per acquistare freschissime ricotte. La vetta del Catria era a pochi passi, ma la nebbia e l’aria troppo fresca sconsigliavano nuove avventure.
Dopo un po’ si cominciò la discesa per il versante opposto in direzione del monastero camaldolese di Fonte Avellana. Una dozzina di chilometri in condizioni di spirito eccellenti, ma non in gradevoli condizioni atmosferiche. Anzi, appena giunti al monastero, cominciò a scrosciare dirotto; ci rifugiammo nel caffettino attiguo al monastero, dove addentavano panini e scrivevano cartoline una cinquantina di boy-scouts.
L'anno prima, percorrendo, da Frontone all 'eremo, un bel nastro d'asfalto
avevamo raggiunto la celebre badia dove visse ed operò san Pier Damiani e
soggiornò, par certo, l'Alighieri. La sosta, così, fu breve, giusto per una
devota sosta dinnanzi alla tomba di Sant' Albertino, mentre un candido monaco,
nel presbiterio in penombra, dolcemente pregava all’ harmonìum, con le note
del “Largo” di Haendel.
La suggestione dell'ambiente e del ricordo del Damiani che, “ lievemente
passava e caldi e geli - contento ne' pensier contemplativi...” fu, sulla via del
ritorno, quasi infranta dal!'apparire, alle nostre spalle, di due camaldolesi a
bordo di una veloce berlina diretti, come noi, verso Fano.
Ma, evidentemente, non potevamo, per amor di ambiente e di paesaggio, costringere quei due monaci, certo necessariamente frettolosi, a raggiungere il litorale a dorso di mulo e con una bisaccia sulle spalle. Sicché, al secondo
squillo di clacson, cedemmo educatamente il passo.


Giorgio Franceschini

“Voce Cattolica” 9 novembre 1968
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