Sulla riva destra del Salzach: realtà o sogno?
  Posted on Tue 30 Nov 1999 by Anonimi (1185 reads)
Caro Giorgio... (la lettera mi giunse qualche giorno fa e me la son contemplata un bel pezzo prima di leggerla: caratteri minuti e contorti, un foglio scritto fitto fìtto, una busta un poco sgualcita e un bel francobollo d’oltre frontiera... (caspita chi risalta fuori...) ti meraviglierai se mi son deciso a rompere un lungo silenzio.
Ma ho ritrovato un vecchio pacco di “Gazzette” e così ho letto – a quattro mesi di distanza un tuo lungo racconto su certi “promessi di Via Vegri”...; non sapevo che ti piacesse raccontare cose del genere e, sopra tutto, che fossi un poco nostalgico di Ferrara d’altri tempi...
Sicché mi son deciso a scriverti anche perché mi risulta che siano in corso restauri nel famoso castello di Belriguardo, a pochi chilometri da Ferrara... (non so come sia giunta a questo innocente amico, lontano dalla Madre Patria, non proclive ad eccessivi restauri, siffatta notizia.
E’ vero che tempo fa un convegno tenutosi a Voghiera, alla presenza della Bellonci!, auspicò tra indignati gemiti e pensose congetture finanziarie il ripristino, almeno parziale, della «Versailles degli Estensi»; ma è anche vero che, purtroppo, le aspirazioni dei congressisti sono rimaste senza fruttuoso seguito ed ora, per evitar pericoli mortali agli abitanti delle più o meno gentili dimore sorte tra i ruderi, è stato posto uno sbarramento all’ingresso della torre, sicché per entrare nel cortile e nelle abitazioni bisogna girar di lato)...
Vedi dunque se ti può interessare quanto vado a raccontarti, a proposito di Belriguardo, del cui auspicatissimo restauro attendo con ansia notizie.
Gironzolavo, non molto tempo fa, per alcune viuzze di Salisburgo tra la riva sinistra del Salzàch ed il colle del Monchsberg, ineguagliabile piedestallo al possente castello nomato Hohensalzburg, allorché mi imbattei in una graziosa libreria antiquaria.
In vetrina, naturalmente, immagini di Mozart e libri antichi e nuovi, esposti di dorso e di piatto — in atteggiamenti quasi provocatori per sedurre abitanti e turisti bibliomani.
Entrai e sfogliai libri, stampe e manoscritti.
Fu, quindi, in quell’occasione che, tra incontenibili brividi di emozione, toccai con mano una serie di fogli, appuntati con uno spillo d’oggidì, che raccoglievano le note di Marco Antonio Scalabrini sul castello di Belriguardo.
Che lo Scalabrini si fosse occupato di Belriguardo l’avevo già saputo, per le indicazioni di Lodovico Costabili (Memorie delle delizie estensi, pagg. 74 e segg.), del tedesco Gualtiero Altemps, nonché dello stesso Emiliano Cato che riprodusse egregiamente, commentandola, la pianta di Belriguardo dall’originale preziosissimo custodito nella Biblioteca di Heidelberg.
Ma ogni ricerca del famoso manoscritto dello Scalabrini era sempre stata vana e sempre negative e piene di rammarico erano state le risposte delle biblioteche e de gli antiquari di mezza Europa!
E’ vero che Valkenauer, erudito olandese e amico del Nostro, riferisce nella sua nota opera sui «Misteri dei Castelli italiani» (pagg. 202 e segg.) che, più di ogni altro, poteva narrare sui misteri di Belriguardo, appunto lo Scalabrini e che la storia di quella “delizia” aveva alcuni aspetti tenebrosi.
Ma niente di più era stato concesso a me e ad altri di sapere, nonostante che Valkenauer menzionasse anche il nome dell’editore al quale dovevasi essere rivolto lo Scalabrini per pubblicare l’anzidetta sua memoria e cioè il Baldassari di Bellinzona (città dove Marco Antonio aveva dimorato per quasi due lustri).
Riuscii a comperare, per pochi scellini, il prezioso manoscritto e, alla sera, tornato in albergo, mi misi a letto e mi immersi nella lettura.
Un sacco di notizie interessanti, sconosciute a tutti gli scrittori di ieri e di oggi di cose ferraresi: la esatta descrizione del palazzo, l’indicazione dei nomi degli architetti e degli affrescatori, un lungo elenco della opere d’arte ivi conservate (come sai, lo Scalabrini era spesso a Belriguardo per i suoi buoni rapporti con Alfonso II°); insomma, una vera miniera di delizie.
Infine, il manoscritto conteneva una suggestiva quanto lugubre storia che ti riassumo e che gradirai, come inaspettata primizia.
Belriguardo, e la leggenda così conferma, in virtù degli ampliamenti voluti da Borso, aveva 365 stanze: il numero delle stanze «da fuoco e da letto» era, infatti pari a quello dei giorni dell’anno.
Lo stesso sì narrava — è vero — del Palazzo Ducale di Urbino; ma per questo ultimo la leggenda non trova riscontro nella cronaca dei tempi; tanto più che è lecito pensare che l’invidia nei confronti della delizia estense, abbia favorito la leggenda nella terra dei Montefeltro.
Ma... pensaci un poco su... Ti pare possibile che dei geniacci come gli Estensi non abbiano pensato veramente a tutto e non si siano ricordati degli anni bisestili?
Non era — evidentemente — possibile: tanto è vero che le stanze di Belriguardo furono per esattezza 366!
Davvero c’era anche la stanza corrispondente al 29 febbraio e se non fosse lo Scalabrini ad assicurarci in tal senso tutto parrebbe una spiritosa invenzione.
E la storia non si ferma qui.
Nel 1590 capitò il fattaccio.
Ma facciamo il solito “passo indietro”.
La 366° stanza la fece costruire Alfonso II.
Doveva essere utilizzata per un solenne banchetto destinato a promuovere scongiuri contro i guai degli anni bisestlili e per trarre motivi di nuovi sollazzi più o meno leciti, se non per sé, almeno per la Corte.
Finito il banchetto, gli operai dovevano murare la porta e, per quattro anni, si andava a banchettare altrove e il posto certamente non mancava.
Nel 1590 la stanza doveva venir riaperta e si cominciò, così, a demolir la barriera di mattoni.
Caduto il diaframma, spalancate le finestre e fatta entrar la luce del sole nella vasta stanza, gli astanti si ritrassero inorriditi: in un angolo, quasi del tutto spolpato, c’era un cadavere d’uomo.
Irriconoscibile, naturalmente, seppur avvolto in panni gentilizi.
Sobbalzai anch’io dal letto a siffatta notizia e cercai nel foglio successivo il seguito della storia e relative spiegazioni.
Tu crederai che voglia esagerare con questo giallissimo d’altri tempi.
Ma il seguito non c’era perché il foglio successivo mancava; né mi era andato a finir sotto il letto — come avevo sperato in un primo tempo — per colpa del mio sobbalzo di cui sopra.
E il manoscritto riprendeva — oh! delusione — con la descrizione dello spiazzo per il gioco del pallone allestito da Alfonso.
Di chi era quel cadavere?
Venne ucciso quel gentiluomo (ma è certo che lo fu)?
Di veleno o di pugnale?
E perché mai?
Imprudente amante o spia?
E chi avrà avuto quella geniale idea di occultarne il cadavere sino al prossimo anno bisestile?
Null’altro ti posso raccontare e ti lascio a bocca asciutta.
Ma non è colpa mia e lo comprendi.
Ti manderò, comunque, copia del manoscritto e mi farai il piacere di darmene ricevuta.
A proposito di storie antiche (dopodiché, passo a salutarti): il «Liber mortuorum» di cui parli nel tuo racconto è autentico.
Ma tutto il resto è falso.
Peccato.
Ma perché, la prossima volta non inventi anche documenti e bibliografia?
George Louis Borges insegni! (hai letto — in proposito — l’articolo di Piovene sulla «Stampa» del 16 dicembre u.s.).
E, se ci riesci, perché non inventi addirittura anche l’autore?...
Oh! che strani consigli!
Inventar tutto, anche — ad esempio — la lettera?
Comunque, mi ci son provato anche se non so come se la prenderanno certi miei lettori.

Giorgio Franceschini
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